IL DIECI ALLE SPALLE

In questi 30 giorni senza post ho camminato molto ma stando fermo nello stesso punto. E’ stato un bel cammino davvero, per nulla noioso.

Dopo tanti mesi, densi, dopo tante persone conosciute, dopo tante opinioni ascoltate, dopo tante presentazioni, tante città visitate, tanto entusiasmo, tanta stanchezza sento ora il bisogno di lasciarmi il dieci di Diego alle spalle. Senza dimenticarlo ovviamente, anche perché DIEGO ARMANDO MARADONA è un lavoro che ora sento davvero mio, e, cosa che mi rende ancor più felice, è diventato un lavoro di tutti quelli che lo hanno da subito amato, capito.

E un libro dei napoletani ad esempio. Ne ho avuto la prova.

L’esperienza del Napoli Comicon non la scorderò mai. Non scorderò gli sguardi meravigliati dei visitatori davanti alla strepitosa mostra allestita da Alino e da tutti i ragazzi dell’organizzazione, non scorderò la voglia di combattere dei ragazzi di ALT! Associazione Lettori Torresi, sempre con il sorriso, e come unica arma la convinzione che all’indifferenza ci si può contrapporre solo con la cultura e la civiltà, anche dove sembra impossibile. (Non mi riferisco alla periferia di Napoli, ma all’Italia tutta.)
A tal proposito posso dire ufficialmente, non me ne vogliano tutti gli altri, che la presentazione di DIEGO da loro organizzata a Torre del Greco è stata in assoluto la più bella, la più sincera di tutte. Quella che più mi ha commosso.

Non scorderò le serate e i viaggi con Teo Manzo de La linea del pane, che mi ha accompagnato ovunque e senza risparmiarsi, arricchendo con la sua musica e la sua poesia molte delle date in giro per l’Italia. Grazie a lui ho inoltre conosciuto Giusy e tutti i ragazzi del Borgo Saraceno di Brolo, a Messina. Persone di una gentilezza rara. Ero con lui proprio in Sicilia, quando Enzo Jannacci decise di lasciarci. Anche questo non scorderò, la sua tristezza, quella sera.

Non scorderò il viso emozionato di Fabio Taffurelli e i suoi interventi da scrittore navigato davanti a molta gente, durante una delle prime uscite di DIEGO, alla Feltrinelli di Milano. Lui devo ancora ringraziarlo, gli ho anche promesso una cena.

Non scorderò altre mille cose.

Ora è il momento di allacciarsi di nuovo le scarpe ed iniziare a camminare dritto in avanti cercando di lasciarsi tutto alle spalle, salutando ovviamente, ma andare.

Adesso ho uno spazio tutto mio per lavorare, uno studio in condivisione con altri artisti nel cuore dei Navigli, una delle zone più suggestive di Milano. Mi serviva, oltre che per motivi logistici, anche per cambiare punto di vista, prospettiva. Ed è servito. Quattro mura possono davvero ridarti linfa, provare per credere.

Ho nuovi progetti da scrivere, nuovi fogli bianchi da disegnare. Ho fretta e sono confuso a volte. Sono spaventato a volte. Ai salti nel vuoto non ci si abitua mai. Insomma, ad ogni libro che passa si è sempre un pochino più stanchi, un pochino più vecchi ed un pochino più vuoti. La paura di non aver più voglia di raccontare qualcosa, semplicemente perché magari non c’è questo qualcosa.

Poi però ritorno sui miei passi per un secondo e  trovo la risposta, sempre la stessa da quando ho cominciato a fare l’autore di fumetto.

E vado avanti, dritto. Cercando di uscirne vivo.

BELUGA DISCOUNT #07

BELUGA DISCOUNT di Giorgio Maria Bologna

 

#07_ Chimica base e discomusic pop.

 

Mi sono trovato su un divano. Con un bel tappeto davanti, accogliente come la luce che glassava i muri squinternati e poco in squadra.

 

Mi sembro in forma, per essere quasi fuori forma, sono un tipo in forma.

Scelgo una canzone, non a caso. Scelgo Rihanna, senza fare lo schizzinoso: We Found Love.

La metto in riproduzione continua. Su Infinitelooper, per essere precisi.
Mio siedo di nuovo, fumo, ascolto. Muovo il piedino appoggiato su una seduta davanti a me. In quel momento, succede.

Succede che metto in gioco tutto quello che avevo considerato come ormai certo, o quasi.

 

Succede che sei esattamente dove vuoi essere, in nessun altro posto. Tu, l’altra personalità e la terza che vede le altre due, volete stare tutti in un posto, quel posto, con quei colori, quegli odori, quei suoni e tutti quegli spiriti che vi aleggiano.

Una sberla fotonica.

Subito ti chiedi se stai mettendo delle radici, o se forse le tue radici sono dentro chi abita quel posto.

Un posto dove ci sono acqua, sali minerali e azoto in abbondanza. Roba che ti emoziona, se sei una pianta.

Un banano magari.

Insomma, capite la gioia. Leggerezza, tantissima. Una di quelle con il nodo allo stomaco però, perché c’è quel filo di cacata sotto che ti lascia un po’ così. Come dire, emozionato.

E l’emozione è la nemica della maledetta, straordinaria noia. Quindi non sono nemmeno annoiato. Niente male.

 

Sfido chiunque a trovare acqua, sali minerali, azoto e Rihanna un team vincete.

Io, invece mi ci scommetto fino all’ultimo centesimo su di loro. Roba che non capita tutti i giorni, soprattutto se il tuo stiracchiato “tutto bene” corrisponde a Tabula Rasa Elettrificata o, nella migliore delle ipotesi, a Marlboro e Rolling Stones.

Fidatevi, belle cose. Le consiglio più della birra a un tavolino all’aperto ai primi di settembre.

 

Dai, tutti abbiamo sentito “eh… – sospirone e occhio a cuore – c’è una chimica tra noi”, mi dico con gli altri due.

Ma vaffanculo. Te la do io la chimica, guarda qua!

Questa è chimica. Questa, è chimica. – sospirone e occhio a cuore, ma il mio ha un minimo di aria pulp. Che coglione. –

 

Non tergiversiamo. Finisce così:

 

Ora, con la mia sigaretta spenta in bocca e l’altra sull’orecchio continuo ad avere Rihanna che gira da ore, che continua a farmi pensare a una sola cosa, al massimo un paio e lascio che girino negli anfratti più nascosti della memoria, lasciando traccia visibile e certa, per poi tornare a scorrazzare. Si inseguono e fanno partire scariche di chissà che ormoni, enzimi o roba varia che mi allargano lo spirito.

Sensazione tipo astronauta che si toglie il casco mentre è in un ambiente non pressurizzato. Immaginata nella sua accezione positiva nonché appagante. –

Eccoli: si moltiplicano, scambiano energia, elettroni, fanno cambiare lo stato della materia, provocano reazioni.

Bene professoressa Radice, ad anni e anni di distanza ha avuto ragione: “La chimica di base va fatta anche all’artistico perché poi ti servirà tutta la vita”. Speriamo, tutta la vita.

Io nel frattempo, aspetto la prossima innaffiata. Che tanto il disco, c’è già.

 

Nota:
Non aveva per niente capo e di sicuro, pochissima coda. Però, a qualcuno dovevo dirlo
.

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SPECIALE MARADONA SU COMX DOME!

Una lunga intervista per la rivista digitale COMX DOME, l’unica testata dedicata al fumetto disponibile su iPad! Scaricatela dall’ iTunes store, è gratuita!

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DIEGO LIMITED 02

Ecco la seconda LIMITED EDITION, firmata e numerata in pochissime copie, che potrete trovare al Napoli Comicon!

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DIEGO IN LIMITED EDITION!

Al Napoli Comicon presenterò una serie di stampe numerate e firmate dedicate a Diego Armando Maradona.

Eccovi il primo soggetto che sarà acquistabile al Comicon (stand BeccoGiallo) o direttamente sul blog a partire dal 1 Maggio 2013.

Formato A4, stampa su cartoncino, numerata e firmata.

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NON SOLO FUMETTI…

Video realizzato nel 2012 con AGR Factory, studio creativo e di produzione video con cui collaboro da un paio di anni.

Il video ha lo scopo di formare il reparto vendite di Seat Pgine Gialle, quindi è destinato ad un esclusivo uso interno.

Disegni e post produzione: Paolo Castaldi

Video ripresa: Vito Trecarichi

ARTISTI O PROFESSIONISTI? BISOGNA SCEGLIERE ( O forse no)

Piccola introduzione:

Artista

Con artista si indica generalmente una persona la cui attività si esprime nel campo dell’arte.

Nel senso più ampio l’artista è una persona che esprime la sua personalità attraverso un mezzo che può essere un’arte figurativa o performativa. La parola viene usata anche come sinonimo di creativo.

In un senso più stretto si definisce artista un creatore di opere dotate di valore estetico nei campi della cosiddetta cultura alta, come la pittura, la musica, l’architettura, il disegno, la scrittura, la scultura, la danza, la regia, la fotografia, la recitazione. (Fonte:Wikipedia)

Professionista

Chi esercita una professione intellettuale o liberale come attività economica primaria: un p. affermato, serio, stimato; chi esercita una professione liberale in modo indipendente, senza rapporto di subordinazione nei confronti dello stato o di un datore di lavoro. Nell’uso com., chi svolge la propria attività lavorativa, qualunque essa sia, con particolare abilità e competenza (Fonte: Treccani)

Se l’italiano non è un’opinione l’artista è quindi una persona che comunica ed esprime la propria personalità attraverso la sua arta, figurativa o performativa che sia.

Un professionista invece è una persona abile e competente nel suo mestiere, che viene svolto a scopo remunerativo, come attività economica primaria.

Detta così, nero su bianco(ruvido) la differenza pare subito netta.

Ad esempio si può essere artisti senza per forza trarre profitto dalla propria opera. O quanto meno non deve essere lo scopo primario di un artista quello di guadagnare dalla propria arte. Quello che è primario è avere qualcosa da dire e dirla. Con il mezzo più congeniale.

Il professionista invece può permettersi di non aver niente da dire. Il suo scopo è guadagnare con il proprio lavoro, avere più commisioni possibile ed eseguire al meglio quanto richiesto dal commitente. E’ un esecutore, il professionista. Magari molto appassionato e incredibilmente virtuoso, ma pur sempre esecutore.
Se un professionista non guadagna soldi dalla sua attività, non potrà più considerarsi tale. Sarà un appassionato. Sarà hobby.

Perché vi tedio con queste premesse? Perché uno dei miei progetti futuri verte su questo tema che da qualche tempo è il punto focale delle mie riflessioni più o meno solitarie. Quindi vorrei cercare di conivolgervi e di sapere cosa ne pensate per avere punti di vista diversi sui quali riflettere.

Sarà un libro a fumetti che parla del fare. Del fare arte. Dell’impulso che spinge alcune persone a vivere una vita intera (l’unica che ci è concessa) con un solo ed unico scopo: essere immortali. Vivere anche post-mortem dentro ad uno scritto o nei versi di una canzone, nel tratto di un disegno o nelle forme di una scultura, nei frame di un film magari.

Non è una professione. E’ molto peggio. E’ giocare alla roulette russa, o si vince o si muore. E non hai scelta, perché se lasci muori comunque (prima dentro e poi fuori) ma senza l’onore delle armi.

E’ un’ossessione. Che ti isola, che ti logora, che ti fa sentire bene o a disagio, che ti dà la forza per andare sempre avanti. Indipendentemente dal fatto che ci sia del talento cristallino o meno, credo che l’ossessione faccia l’artista. Il talento (assieme alla fortuna, va detto) rende solo più facile il cammino verso l’immortalità. Verso il riconoscimento (che si spera arrivi pre-morte, giusto per goderselo un po’).

La passione non basta, quella è merce preziosa dei professionisti per poter fare e rifare per anni ed anni sempre la medesima cosa, senza mai perdere l’entusiasmo. Che sia chiaro, non lo dico in tono dispregiativo, semplicemente analizzo le differenze.

Un autore di fumetto quindi cosa è? Un artista o un professionista?

Il dibattito è ormai logoro e non credo si possa arrivare ad una soluzione chiara. Perché nel fumetto ci sono artisti che si esprimono con le nuvole parlanti e professionisti delle nuvole parlanti. E queste due squadre, volenti o nolenti, giocheranno una partita all’infinito. Sono binari che corrono paralleli con pochi punti di incontro.

Può nascere però un problema di convivenza? E quanto una fazione può influenzare oppure ostacolare l’altra?

Forse questo è il rischio maggiore, che spesso ha dato origine a diatribe tra i vari addetti ai lavori. Il mondo del fumetto italiano è tutto sommato ristretto, lo spazio di manovra è poco e le risorse sono ancor meno. Se io sono un artista che si esprime con il fumetto posso fregarmene di quanto mi danno a tavola magari. Se l’editore mi dà piena fiducia, uno spazio adeguato e carta bianca per dire quel che mi pare e potermi esprimere senza limiti sono già felice. Perchè posso finalmente arrivare alla gente. Posso giocarmi anche io la mia chance per diventare immortale.

Provate a riflettere con me: Andrea Pazienza e Guido Crepax sono immortali. Artisti che ci parlano anche dopo la loro morte attraverso il loro lavoro. Ci parlano perché dentro alle loro storie ci sono loro, la loro vita, le loro paure e i loro desideri. C’è il loro messaggio, per quanto questo possa essere nascosto tra le pieghe dell’opera. Perchè quello che conta non è il mezzo ma il contenuto. Anche una storia di zombie può essere arte, dipende da chi la scrive. Considero Kaos One (rapper che ho, con somma gioia, conosciuto da poco) un artista della musica esattamente come De  Andrè. Poi posso preferire quest’ultimo ma ciò non toglie che il primo sia anch’esso un artista.

Possiamo dire lo stesso di Aurelio Galleppini o di Bendis? Galep sarà per moltissimo tempo considerato un Maestro, un precursore, sarà giustamente stimato e rispettato. Ma non sarà mai immortale. I suoi sono cavalli, cow-boy e indiani. Punto. Se tra 200 anni un mio pronipote leggesse un Tex cosa potrà capire di Galep? E di chi lo ha scritto? Nulla. Per lui potrebbe averli fatti una stampante quei disegni. Marca “Galep”. Amaro, lo so. Ma temo sia così. Questo non sminuisce di certo la sua figura, sia chiaro. E’ e resterà un Maestro del fumetto italiano.

Torniamo a Pazienza e Crepax. Dicevamo che loro sono artisti. Traspare l’ugenza di fare, di esprimere un concetto.

E sono immortali.

Se vi dicessi che loro non hanno preso un soldo per fare i loro libri? Ovvio che non è così, erano bei tempi quelli, tempi d’oro. Ma poniamo il caso che sia così. Magari Andrea era un viziato figlio di papà con problemi di eroina e un talento innato per il disegno, mentre Crepax che so, un mantenuto da una “valentina-milf” di venti anni più grande di lui. Non avevano quindi bisogno di denaro ma di spazio, di un foglio bianco con cui comunicare al mondo. E un editore ha deciso di concederglielo. Nascono Pompeo e Valentina. Capolavori veri e assoluti. Opere d’arte appunto. Non manufatti egregiamente realizzati.

Il fatto che non abbiano conseguito un cachè può sminuire la loro opera? Onestamente non credo. Il loro scopo è raggiunto. La loro ossessione placata.

Ecco quindi che si arriva allo spinoso problema di quanto sia giusto pagare un fumettista.

Ecco lo scontro tra le fazioni. Ecco le discussioni. Ecco i post di Gipi (rivolti in particolare all’eccessiva fame di soldi dei giovani autori di satira) attaccatti senza pietà ma difesi da alcuni.

Essì perché per il professionista la questione retribuzione è importante. Primaria, appunto, come dice la Treccani. Perché ci sono le bollette da pagare, c’è l’affitto e la nuova Cintiq da comprare. Quindi richiede un compenso, equiparato alle sue capacità e alla sua esperienza. Più un professionista è quotato e richiesto più si fa pagare.

Per l’artista conta di più la qualità dello spazio a disposizione, la visibilità, la libertà di espressione, la mancanza di vincoli e paletti dettati dal mercato editoriale. Perché più è bello il “foglio” sul quale ci si può esprimere più il messaggio arriva forte e chiaro e ad un numero di persone maggiore. Il cachè è secondario. Per assurdo può decidere di lavorare aggratis, spaccando e indebolendo il mercato perché “chissenefottedelmercato”, conta solo la fama, la gloria e l’immortalità. Conta fare a qualsiasi costo. Conta placare per qualche secondo quella voce dentro, quell’ossessione maledetta.

Come invece può decidere che il suo lavoro vale 1000 euro a tavola. E se non dovesse trovare nessun editore disposto a pagarlo così tanto può decidere di autoprodursi il proprio libro per poi venderlo a 500 euro a copia. Il mercato non c’entra con il fare arte. Il professionista con il mercato ci va fuori a cena.

A volte, direte voi, questi due mondi si toccano. Ad esempio Pazienza faceva anche disegni su commissione. Per pagarsi la dose avrebbe pure disegnato l’omino dei formaggini. E’ vero. Ma la voce dentro, quella, non la plachi con i soldi dei formaggini. Con quelli ci paghi l’affitto (o la dose, appunto). Un artista diventa all’occasione professionista perché è il modo più comodo e meno traumatico di mantenere la propria non-vita terrena. Ma se fare lo spazzino fosse per lui meno faticoso, meno traumatico (soprattutto psicologicamente) e più reddittizio, farebbe lo spazzino. Perché conta solo la sua ossessione.

E’ come possedere un grosso cane, affamato e schiumante rabbia come compagno di vita a cui bisogna provvedere. Serve molta carne, anche umana va bene. Bisogna cacciarsela da soli perché a comprarla, tutta quella carne, costerebbe troppo, sarebbe impossibile.

E forse, la scelta a cui faccio riferimento nel titolo, non si può prendere consciamente.

La casacca di una o dell’altra fazione la indossi tuo malgrado. E non ci puoi fare niente.

Se avete avuto la pazienza di arrivare fino in fondo a questo post, provate a rispondere a quest’ultima domanda e forse, dico forse, capirete la vostra appartenenza, sempre che non l’abbiate già scoperta da soli.

Sognate un futuro da disegnatore o sceneggiatore, ben pagato, sempre su una serie regolare magari, con le scadenze programmate e una vita tutto sommato tranquilla, in uno studio vicino a casa di cui vi potrete permettere l’affitto grazie al vostro ultimo numero uscito in edicola, sempre tra una fiera e l’altra a firmare centinaia di disegni prestampati?

O preferireste una vita fatta di espedienti più o meno legati al disegno, libri pubblicati in libreria che sono come figli, dove avete buttato dentro tutto, ma pagati poco,  tra fatiche e rinuncie, pochi soldi sempre ma con la fama e perchè no, qualche premio vinto, qualche intervista o quella mostra personale in Triennale che l’ego sogna da sempre, e in testa sempre quel chiodo fisso, quell’ossesione, che vi porterà senza sosta a cercare il vostro Pompeo fino a che non lo avrete trovato, così da morire immortali?

In effetti le domande sono due. Ma la risposta corretta, anche se è soggettiva e può essere diversa a seconda di chi risponde, è sempre e soltanto una.

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