Piccola introduzione:
Artista
Con artista si indica generalmente una persona la cui attività si esprime nel campo dell’arte.
Nel senso più ampio l’artista è una persona che esprime la sua personalità attraverso un mezzo che può essere un’arte figurativa o performativa. La parola viene usata anche come sinonimo di creativo.
In un senso più stretto si definisce artista un creatore di opere dotate di valore estetico nei campi della cosiddetta cultura alta, come la pittura, la musica, l’architettura, il disegno, la scrittura, la scultura, la danza, la regia, la fotografia, la recitazione. (Fonte:Wikipedia)
Professionista
Chi esercita una professione intellettuale o liberale come attività economica primaria: un p. affermato, serio, stimato; chi esercita una professione liberale in modo indipendente, senza rapporto di subordinazione nei confronti dello stato o di un datore di lavoro. Nell’uso com., chi svolge la propria attività lavorativa, qualunque essa sia, con particolare abilità e competenza (Fonte: Treccani)
Se l’italiano non è un’opinione l’artista è quindi una persona che comunica ed esprime la propria personalità attraverso la sua arta, figurativa o performativa che sia.
Un professionista invece è una persona abile e competente nel suo mestiere, che viene svolto a scopo remunerativo, come attività economica primaria.
Detta così, nero su bianco(ruvido) la differenza pare subito netta.
Ad esempio si può essere artisti senza per forza trarre profitto dalla propria opera. O quanto meno non deve essere lo scopo primario di un artista quello di guadagnare dalla propria arte. Quello che è primario è avere qualcosa da dire e dirla. Con il mezzo più congeniale.
Il professionista invece può permettersi di non aver niente da dire. Il suo scopo è guadagnare con il proprio lavoro, avere più commisioni possibile ed eseguire al meglio quanto richiesto dal commitente. E’ un esecutore, il professionista. Magari molto appassionato e incredibilmente virtuoso, ma pur sempre esecutore.
Se un professionista non guadagna soldi dalla sua attività, non potrà più considerarsi tale. Sarà un appassionato. Sarà hobby.
Perché vi tedio con queste premesse? Perché uno dei miei progetti futuri verte su questo tema che da qualche tempo è il punto focale delle mie riflessioni più o meno solitarie. Quindi vorrei cercare di conivolgervi e di sapere cosa ne pensate per avere punti di vista diversi sui quali riflettere.
Sarà un libro a fumetti che parla del fare. Del fare arte. Dell’impulso che spinge alcune persone a vivere una vita intera (l’unica che ci è concessa) con un solo ed unico scopo: essere immortali. Vivere anche post-mortem dentro ad uno scritto o nei versi di una canzone, nel tratto di un disegno o nelle forme di una scultura, nei frame di un film magari.
Non è una professione. E’ molto peggio. E’ giocare alla roulette russa, o si vince o si muore. E non hai scelta, perché se lasci muori comunque (prima dentro e poi fuori) ma senza l’onore delle armi.
E’ un’ossessione. Che ti isola, che ti logora, che ti fa sentire bene o a disagio, che ti dà la forza per andare sempre avanti. Indipendentemente dal fatto che ci sia del talento cristallino o meno, credo che l’ossessione faccia l’artista. Il talento (assieme alla fortuna, va detto) rende solo più facile il cammino verso l’immortalità. Verso il riconoscimento (che si spera arrivi pre-morte, giusto per goderselo un po’).
La passione non basta, quella è merce preziosa dei professionisti per poter fare e rifare per anni ed anni sempre la medesima cosa, senza mai perdere l’entusiasmo. Che sia chiaro, non lo dico in tono dispregiativo, semplicemente analizzo le differenze.
Un autore di fumetto quindi cosa è? Un artista o un professionista?
Il dibattito è ormai logoro e non credo si possa arrivare ad una soluzione chiara. Perché nel fumetto ci sono artisti che si esprimono con le nuvole parlanti e professionisti delle nuvole parlanti. E queste due squadre, volenti o nolenti, giocheranno una partita all’infinito. Sono binari che corrono paralleli con pochi punti di incontro.
Può nascere però un problema di convivenza? E quanto una fazione può influenzare oppure ostacolare l’altra?
Forse questo è il rischio maggiore, che spesso ha dato origine a diatribe tra i vari addetti ai lavori. Il mondo del fumetto italiano è tutto sommato ristretto, lo spazio di manovra è poco e le risorse sono ancor meno. Se io sono un artista che si esprime con il fumetto posso fregarmene di quanto mi danno a tavola magari. Se l’editore mi dà piena fiducia, uno spazio adeguato e carta bianca per dire quel che mi pare e potermi esprimere senza limiti sono già felice. Perchè posso finalmente arrivare alla gente. Posso giocarmi anche io la mia chance per diventare immortale.
Provate a riflettere con me: Andrea Pazienza e Guido Crepax sono immortali. Artisti che ci parlano anche dopo la loro morte attraverso il loro lavoro. Ci parlano perché dentro alle loro storie ci sono loro, la loro vita, le loro paure e i loro desideri. C’è il loro messaggio, per quanto questo possa essere nascosto tra le pieghe dell’opera. Perchè quello che conta non è il mezzo ma il contenuto. Anche una storia di zombie può essere arte, dipende da chi la scrive. Considero Kaos One (rapper che ho, con somma gioia, conosciuto da poco) un artista della musica esattamente come De Andrè. Poi posso preferire quest’ultimo ma ciò non toglie che il primo sia anch’esso un artista.
Possiamo dire lo stesso di Aurelio Galleppini o di Bendis? Galep sarà per moltissimo tempo considerato un Maestro, un precursore, sarà giustamente stimato e rispettato. Ma non sarà mai immortale. I suoi sono cavalli, cow-boy e indiani. Punto. Se tra 200 anni un mio pronipote leggesse un Tex cosa potrà capire di Galep? E di chi lo ha scritto? Nulla. Per lui potrebbe averli fatti una stampante quei disegni. Marca “Galep”. Amaro, lo so. Ma temo sia così. Questo non sminuisce di certo la sua figura, sia chiaro. E’ e resterà un Maestro del fumetto italiano.
Torniamo a Pazienza e Crepax. Dicevamo che loro sono artisti. Traspare l’ugenza di fare, di esprimere un concetto.
E sono immortali.
Se vi dicessi che loro non hanno preso un soldo per fare i loro libri? Ovvio che non è così, erano bei tempi quelli, tempi d’oro. Ma poniamo il caso che sia così. Magari Andrea era un viziato figlio di papà con problemi di eroina e un talento innato per il disegno, mentre Crepax che so, un mantenuto da una “valentina-milf” di venti anni più grande di lui. Non avevano quindi bisogno di denaro ma di spazio, di un foglio bianco con cui comunicare al mondo. E un editore ha deciso di concederglielo. Nascono Pompeo e Valentina. Capolavori veri e assoluti. Opere d’arte appunto. Non manufatti egregiamente realizzati.
Il fatto che non abbiano conseguito un cachè può sminuire la loro opera? Onestamente non credo. Il loro scopo è raggiunto. La loro ossessione placata.
Ecco quindi che si arriva allo spinoso problema di quanto sia giusto pagare un fumettista.
Ecco lo scontro tra le fazioni. Ecco le discussioni. Ecco i post di Gipi (rivolti in particolare all’eccessiva fame di soldi dei giovani autori di satira) attaccatti senza pietà ma difesi da alcuni.
Essì perché per il professionista la questione retribuzione è importante. Primaria, appunto, come dice la Treccani. Perché ci sono le bollette da pagare, c’è l’affitto e la nuova Cintiq da comprare. Quindi richiede un compenso, equiparato alle sue capacità e alla sua esperienza. Più un professionista è quotato e richiesto più si fa pagare.
Per l’artista conta di più la qualità dello spazio a disposizione, la visibilità, la libertà di espressione, la mancanza di vincoli e paletti dettati dal mercato editoriale. Perché più è bello il “foglio” sul quale ci si può esprimere più il messaggio arriva forte e chiaro e ad un numero di persone maggiore. Il cachè è secondario. Per assurdo può decidere di lavorare aggratis, spaccando e indebolendo il mercato perché “chissenefottedelmercato”, conta solo la fama, la gloria e l’immortalità. Conta fare a qualsiasi costo. Conta placare per qualche secondo quella voce dentro, quell’ossessione maledetta.
Come invece può decidere che il suo lavoro vale 1000 euro a tavola. E se non dovesse trovare nessun editore disposto a pagarlo così tanto può decidere di autoprodursi il proprio libro per poi venderlo a 500 euro a copia. Il mercato non c’entra con il fare arte. Il professionista con il mercato ci va fuori a cena.
A volte, direte voi, questi due mondi si toccano. Ad esempio Pazienza faceva anche disegni su commissione. Per pagarsi la dose avrebbe pure disegnato l’omino dei formaggini. E’ vero. Ma la voce dentro, quella, non la plachi con i soldi dei formaggini. Con quelli ci paghi l’affitto (o la dose, appunto). Un artista diventa all’occasione professionista perché è il modo più comodo e meno traumatico di mantenere la propria non-vita terrena. Ma se fare lo spazzino fosse per lui meno faticoso, meno traumatico (soprattutto psicologicamente) e più reddittizio, farebbe lo spazzino. Perché conta solo la sua ossessione.
E’ come possedere un grosso cane, affamato e schiumante rabbia come compagno di vita a cui bisogna provvedere. Serve molta carne, anche umana va bene. Bisogna cacciarsela da soli perché a comprarla, tutta quella carne, costerebbe troppo, sarebbe impossibile.
E forse, la scelta a cui faccio riferimento nel titolo, non si può prendere consciamente.
La casacca di una o dell’altra fazione la indossi tuo malgrado. E non ci puoi fare niente.
Se avete avuto la pazienza di arrivare fino in fondo a questo post, provate a rispondere a quest’ultima domanda e forse, dico forse, capirete la vostra appartenenza, sempre che non l’abbiate già scoperta da soli.
Sognate un futuro da disegnatore o sceneggiatore, ben pagato, sempre su una serie regolare magari, con le scadenze programmate e una vita tutto sommato tranquilla, in uno studio vicino a casa di cui vi potrete permettere l’affitto grazie al vostro ultimo numero uscito in edicola, sempre tra una fiera e l’altra a firmare centinaia di disegni prestampati?
O preferireste una vita fatta di espedienti più o meno legati al disegno, libri pubblicati in libreria che sono come figli, dove avete buttato dentro tutto, ma pagati poco, tra fatiche e rinuncie, pochi soldi sempre ma con la fama e perchè no, qualche premio vinto, qualche intervista o quella mostra personale in Triennale che l’ego sogna da sempre, e in testa sempre quel chiodo fisso, quell’ossesione, che vi porterà senza sosta a cercare il vostro Pompeo fino a che non lo avrete trovato, così da morire immortali?
In effetti le domande sono due. Ma la risposta corretta, anche se è soggettiva e può essere diversa a seconda di chi risponde, è sempre e soltanto una.